Mentre ero fuori dal locale riflettevo sul distacco che una madre deve affrontare da un figlio.
“Una delle cose che più mi fanno paura della vita. Sapere che devi morire e lasciare, prematuramente, i tuoi figli. Una condanna crudele, che spaventa più della morte stessa. Non sapevo se fosse stato peggio lasciare il fardello del dolore ai miei bambini o che il dolore della perdita di una creatura mi accompagnasse lungo tutto la mia esistenza.”
Uscì Anna per avvisarmi che la carne era arrivata in tavola. Mentre mi sedevo, avevo visto un ragazzo che si alzava da tavola con l’aiuto della madre. Aveva la stessa patologia di mia figlia: i piedi torti. Solo che quel ragazzo non era stato curato bene e ora si trovava a non essere autosufficiente. Mi bloccai. Rimasi a fissare quella scena, come se fossi in trance. Non mi ero resa conto che le altre mi fissavano attonite. Anna aveva capito e mi chiese se era tutto a posto, risposi frettolosamente di sì e corsi in bagno. Era tanto che non avevo un attacco di panico. Chiusi la porta e singhiozzai per cinque minuti, mi sciacquai il viso, mi truccai di nuovo e andai fuori con la mia maschera nuova di zecca, facendo finta che avevo avuto un attacco di nausea. Tutto come se nulla fosse accaduto. Mi concentrai a ridere, a stare al gioco e a riprendere la situazione in mano. Proposi un gioco: ognuna di noi doveva dire quello che le sarebbe piaciuto fare una volta nella vita prima di morire. Iniziai io: «Il giro del mondo in automobile. All’avventura con la mia famiglia. I viaggi sono l’unica cosa bella da regalarsi. È cultura e fa bene allo spirito!»






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